Barriere coralline e Rottami, l’alternativa dalla stampa 3D


Inquinare sembra sia un vizio inconscio del genere umano moderno del quale fatichiamo a liberarci.

Spesso lo facciamo scientemente per meri interessi economici, frequentemente a causa di scarsa conoscenza, quasi sempre per mancanza cultura.

Facciamo ancora fatica a relazionarci con l’ambiente in cui viviamo, continuiamo a trattarlo come un’entità che ci appartiene e non alla quale apparteniamo e a trattarlo come un contenitore esterno alla nostra esistenza dal quale possiamo prelevare tutto ciò che ci serve e buttarvi dentro tutto quello che non ci serve più.

Così accade che, tra le idee spacciate come innovative, troviamo l’ennesima “butade” degli scarti che diventano barriere coralline.

Negli ultimi anni, infatti, sono state avanzate proposte come quella di inabissare in mare carcasse di autobus con la speranza che poi diventino dimora di fauna marina e barriere coralline. Oppure quella di creare barriere con conglomerati di cemento misti a ceneri funerarie dando l’illusione morale di rigenerare vita dopo la morte. Questo è ciò che da tempo alcune imprese e alcune istituzioni spacciano per iniziative innovative.

L’idea di liberarsi degli scarti prodotti dalla nostra società nascondendoli “sotto il tappeto” è vecchia almeno di un secolo, praticamente degli albori dell’industrializzazione.

Non che in epoche remote il problema non esistesse ma le antiche comunità, antropologicamente più semplici, oltre ad avere un rapporto uomo-ambiente diverso, spesso di simbiosi e quindi più rispettoso, erano anche meno numerose e meno impattanti; Almeno nella media, in quanto esempi di distruzione ambientale da parte di popoli antichi sono annoverati in diversi studi, ma con rapporti causa-effetto su scala locale e mai talmente devastanti da coinvolgere dinamiche planetarie.

L’uomo dell’Antropocene, invece, sembra non avere ancora imparato la lezione, continua ad essere legato a vecchie abitudini e cosa peggiore a mascherarle per innovazioni, malgrado l’ambiente stia dando segnali inequivocabili della incapacità di continuare a sostenere tale atteggiamento.

Rottami al posto di barriere coralline

L’idea è venuta alle autorità dello Sri Lanka, più precisamente al DFAR ( Dipartimento della Pesca e delle Risorse Marine), che hanno realizzato un progetto che prevede l’affondamento delle carcasse di autobus dismessi al fine di ripristinare un complesso di barriere coralline.

Secondo gli ideatori i rottami dei mezzi di trasporto, una volta sparpagliati sul fondale marino, avrebbero il pregio di trasformarsi in riparo e nursery per specie ittiche, incentivando al tempo stesso la colonizzazione di alghe, mitili, Policheti, Briozoi ma soprattutto coralli.

Rottami inabissati

La scomparsa di intere barriere coralline ha impoverito le acque della risorsa ittica dalle quali dipendevano intere attività locali, pesca e commercio su tutte, contribuendo, inoltre, all’erosione delle coste con conseguente perdita di terreno abitabile e coltivabile

Nell’immaginario del DFAR si cela sicuramente una serie di buone intenzioni una su tutte la rinascita delle barriere coralline, distrutte in precedenza dalla cecità di politiche sconsiderate che hanno privilegiato, e spesso nascosto, pratiche inquinanti finendo con il depauperare le forme di vita marine.

Idee vecchie, soluzioni scellerate

L’iniziativa delle autorità dello Sri Lanka, osteggiata dalla comunità di pescatori locale, mette in luce la mancanza di cultura che purtroppo affligge chi invece dovrebbe esserne promotore. Infatti, l’idea di inabissare scarti per scopi di riqualificazione ambientale, non solo è fuori luogo, ma vecchia di mezzo secolo.

Nel 1972 negli U.S.A. un’idea analoga diede vita alla “Osborne Reef”, ideata dalla Broward Artificial Reef Inc. (BARINC) e realizzata a largo della Florida.

Il progetto ha provocato, contrariamente alle intenzioni, un colossale disastro ambientale inquinando un tratto di mare a 7000 metri di profondità con 2 milioni di pneumatici che si pensava potessero magicamente trasformarsi in barriera corallina.

Pneumatici inabissati

Il Risultato è stato semplicemente disastroso. Nel tempo molti pneumatici sono stati trasportati per i fondali dalle tempeste tropicali, finendo indiscriminatamente su spiagge e su altre barriere coralline, contribuendo ad ulteriore inquinamento.

Queste dinamiche non contemplano i danni derivanti dal disgregamento delle gomme (prodotto di idrocarburi) dovuto all’azione combinata di acqua salata, agitazione meccanica e attrito, il cui effetto ha contribuito a disperdere, nelle acque, quantità ingenti di microparticelle tossiche per la l’ambiente.

L’idea non fù isolata e purtroppo venne replicata negli anni successivi in diverse parti del mondo, opere diastrose simili vennero costruite in altre parti degli Stati Uniti, in Australia, Messico, Africa, Indonesia e Malesia.

Non solo rottami e carcasse

La scelleratezza dell’iniziativa di ripristino delle barriere coralline tramite l’utilizzo di prodotti scarto inadeguati non è orfana, ultimamente, infatti, si è affacciata alla ribalta l’idea effimera lanciata da agenzie funerarie di “trasformarsi in coralli dopo la morte” per salvare la biodiversità.

Si tratta, in pratica di unire le ceneri del defunto in un conglomerato di cemento che viene successivamente abbandonato nei fondali marini, il tempo pensa al resto e come nel caso delle carcasse degli autobus incentiva la colonizzazione di specie animali e vegetali fino a rigenerare coralli e d intere barriere.

L’idea ha un certo ché di poetico e profondamente spirituale, ma evidenzia chiaramente tutta la sua natura speculativa, da parte delle imprese funebri e delle istituzioni che probabilmente vedono in essa la soluzione dei problemi di gestione delle aree cimiteriali.

Cambiare il paradigma necessita di cultura ed esempi concreti.

Mentre il mondo cerca di cambiare rotta, l’approccio di molte realtà al problema della gestione dello scarto continua ad essere orientato verso il concetto di “usa e getta”, noncuranti degli effetti postumi delle proprie azioni e senza il benché minimo sforzo nel cercare di trovare soluzioni valide ed eco-sostenibili.

Alternative concrete esistono, oggi più che mai, ma soffrono di un approccio che fatica ancora a valutare i problemi derivanti dalle azioni, prevederli e prevenirli, spesso per mancanza di esempi ed iniziative concrete ma frequentemente per carenza culturale.

Lo scarto diventa materia prima e non deve inquinare

Le risorse naturali non sono infinite, quindi è impensabile che il minerale da cui ricava il ferro, e di conseguenza l’acciaio, di cui sono fatti i veicoli, possa essere estratto all’infinito, considerato inoltre che molti paesi ne sono sprovvisti e devono acquistarlo da altri, pagandolo ai prezzi che decide il mercato, diventa fondamentale la sua reintroduzione nel ciclo siderurgico.

Non è difficile immaginare che la strada migliore sia quella del riutilizzo. Così nel caso del progetto delle autorità dello Sri Lanka, le carcasse dei mezzi di trasporto, invece di essere gettate in mare, andrebbero smembrate, compattate e riportate in fonderia dove possono essere fuse nuovamente per generare nuova materia prima per le industrie che la utilizzano.

Per quel che riguarda il conglomerato a base di ceneri funerarie la strada è certamente più semplice. Invece di spendere energia e denaro per acquistare cemento, produrre i blocchi, tarsportarli e rilasciarli in mare è possibile immaginare altre soluzioni, spiritualmente motivanti e oggi già praticate, che permettano di ricongiungerci alla natura con costi minori e minori impatti ambientali.

Diventare alberi, per esempio, è ugualmente ed emotivamente appagante. Alcune agenzie offrono il servizio di spargimento delle ceneri in fosse in cui viene poi piantato un albero, anche all’interno di boschi e foreste, che proietterà nel tempo il ricordo di chi non c’è più. Il tutto con minori costi ed ineguagliabili benefici ambientali e spirituali.

Salvare le barriere con innovazione e biomimesi

Per salvare le barriere coralline la soluzione non può certamente essere quella di continuare a riempire i mari di rifiuti facendo passare l’operazione per progetti visionari, ma deve essere sicuramente innovativa ed eco-compatibile l’aiuto può arrivare dal connubio tra le nuove tecnologie e la natura.

Traendo ispirazione dalla natura, alcune aziende hanno da tempo adottato soluzioni innovative in diversi settori industriali e artigianali. Il settore edile, per esempio, ha sperimentato e adottato la realizzazione di manufatti analizzando il modo in cui una specie di vespa, la vespa vasaio ( o vespa muratrice), costruisce il proprio nido utilizzando materiali di recupero ricavati dal territorio circostante.

Vespa Vasaio

Riprodurre la tecnica di costruzione della vespa ha presentato alcune difficoltà, in particolare replicare il processo a scale maggiori. ma un aiuto al fine di sormontare tali ostacoli è arrivata dalle attuali tecnologie digitali, in particolare dalla stampa 3D, una tecnologia largamente utilizzata nel mondo della prototipazione rapida.

Il processo è relativamente semplice, reiterabile e alla portata dei più comuni software di progettazione CAD (Computer-Aided Design) che in seguito lo trasformano in dati da trasferire alle stampanti per la realizzazione. La versatilità della stampa 3D è tale da permettere la costruzione di qualsiasi tipo di oggetto e con qualsiasi forma, anche quella di una barriera corallina.

Nido di vespa

Applicazioni pratiche in campo edilizio sono già esistenti e ampiamente sperimentate. Diverse aziende del settore Additive Manufacturing hanno già realizzato prototipi funzionali di abitazioni mediante stampanti 3D specifiche per l’edilizia. Le stesse agenzie spaziali, NASA in testa, pensano alla realizzazione di moduli abitativi da realizzare su Marte e sulla Luna onde ospitare futuri astronauti in missione, creando vere e proprie basi logistiche e in futuro piccoli villaggi, il tutto utilizzando materiale presente in loco.

prototipi di abitazioni stampate con tecnica 3D

Dalle abitazioni stampate in 3D, utilizzando il materiale a disposizione sul territorio (Argilla, terra cruda, etc.), alla realizzazione di una barriera corallina il passo è breve. La struttura portante, invece che da rottami, può essere realizzata con sabbia, argilla, vetro e magari con scarti della filiera ittica (lische, gusci di mitili, carapace di crostacei, etc) derivanti dalle diverse attività economiche ( ristorazione, industria ).

In questo modo la struttura portante, se ideata con criteri di eco-progettazione del paesaggio, risulterebbe atossica, completamente bio-compatibile ed in simbiosi con l’ambiente in cui viene collocata, una vera casa per specie ittiche, mitili e coralli, del tutto simile a quelle naturali.

Rappresentazione di un villaggio stampato in 3D

Il ripristino dell’ambiente degradato è una operazione che richiede competenze multidisciplinari, conoscenza e visione delle dinamiche di interazione tra i diversi fattori coinvolti. Solo prendendo coscienza di queste variabili possiamo porre rimedio ai danni che abbiamo prodotto e iniziare un nuovo percorso socio-economico che apra le porte ad un nuovo mondo, in cui uomo ed ambiente sono l’uno complementare dell’altro e riprendere quel rapporto simbiotico che ha regolato la nostra esistenza su questo pianeta dalla notte dei tempi, permettendoci di arrivare, come genere umano, fin qui.

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